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Antichità Giglio

Jakob Philip Hackert, 'Veduta del Monte Pisano con l’Acquedotto Mediceo', 1799

COD. 1419
Jakob Philip Hackert, 'Veduta del Monte Pisano con l’Acquedotto Mediceo', 1799

olio su tela

Jakob Philip Hackert 

(Prenzlau, Distretto di Brandeburgo, Prussia, 1737 – San Pietro di Careggi, Firenze, 1807)

Veduta del Monte Pisano con l’Acquedotto Mediceo, 1799

olio su tela, cm 121x170. Firmato e datato in basso a destra: “Filipp Hackert / dipinse 1799”

Provenienza: Nobile Famiglia Toscana

Corredati dalla scheda attributiva del professor Fernando Mazzocca della quale si riporta di seguito un ampio estratto


In una ricca ed esaustiva scheda di approfondimento del Professor Fernando Mazzocca (della quale si trae qui un ampio estratto) questo capolavoro viene presentato come opera rara del breve soggiorno del pittore in Toscana, tra Pisa, Livorno e poi a Firenze nel 1800. Hackert, infatti, a seguito della Rivoluzione partenopea nel 1799 era fuggito da Napoli, dove risiedeva dal 1782 e lavorava per la corte borbonica. La tela, secondo la tecnica di Hackert, è molto particolareggiata nella descrizione panoramica e morfologica del territorio. Straordinaria è la resa della luce, quella luce tersa, zenitale, che rivela ogni aspetto del paesaggio, tipica dell’Hackert e che il pittore conserva anche in questa fase tarda della sua attività creativa. Nel dipinto, eseguito a Pisa, il panorama è ripreso dai monti pisani, per intenderci dalle parti di San Giuliano Terme. Di lì non si vede la città di Pisa con i suoi monumenti, ma l’occhio si perde nella campagna sottostante dove si intravvede appena verso il centro del quadro il celebre acquedotto mediceo che congiungeva Firenze con Pisa e Livorno. Anche qui ci troviamo di fronte a una prova magistrale, un dipinto splendido, dove Hackert ha saputo dare il meglio di sé. Jackob Philip Hackert si trasferisce in Italia nel 1768, avendo subito una grande fortuna come pittore di paesaggi e di vedute. I suoi committenti sono papa Pio VI, la zarina Caterina la Grande, per cui esegue un ciclo di dipinti rappresentanti la battaglia di Çeșme, combattuta dalla flotta russa contro i turchi. Il tramite di questa importante commissione è Johann Friedrich Reiffenstein, amico di Winckelmann e fidato consulente dell’imperatrice. Nel 1779 Hackert lavora anche per il principe Marcantonio IV Borghese con un ciclo di dipinti per decorare il salone di Lanfranco, nel Casino Nobile di Villa Borghese a Roma. Risalgono invece al 1780 dieci vedute della casa di campagna di Orazio nella valle del Licenza. Risale al 1786 il trasferimento del pittore, che continua però a fare la spola con Roma, a Napoli, dove lavora come pittore di corte per il re Ferdinando IV di Borbone e la moglie Maria Carolina d’Asburgo, figlia di Maria Teresa e sorella di Maria Antonietta. Hackert lavora freneticamente nelle varie regge borboniche, in particolare nella reggia di Caserta. È in questa occasione che conosce e diventa amico di Goethe, che aveva già incontrato a Roma nel 1787, durante il famoso Viaggio in Italia

Napoli, il 28 Febbrajo 1787.

Oggi siamo stati far visita a Filippo Hackert, il rinomato pittore paesista, il quale gode di tutti i favori, e di una singolare fiducia del re. Gli venne assegnato un ampio quartiere nel palazzo Francavilla, ch’egli ha fatto adattare con gusto squisito d’artista, e che molto si compiace d’abitare. Egli è uomo aggiustato, prudente, il quale sà ad un tempo lavorare assiduamente, e godere la vita. […]

Napoli, il 27 maggio 1787.

[…] Pregato dall’amico Hackert, il quale mi tiene ogni giorno in maggiore conto, e vorrebbe ch’io potessi vedere tutto quanto vi ha di raro e di bello a Napoli; Hamilton c’introdusse nelle stanze riservate, dove tiene i suoi oggetti d’arte, e le sue rarità. Trovai colà nella maggiore confusione oggetti di tutte quante le epoche, gli uni accanto agli altri; busti, torsi, vasi, bronzi, mobili guarniti di agate di Sicilia di tutte le qualità, persino una piccola cappelletta, pietre incise, quadri, il tutto raccolto a caso qua e là. In una lunga cassa che giaceva per terra, sollevando al quanto per curiosità, il coperchio il quale del resto era per metà infranto, vidi due stupendi candelabri in bronzo. Li additai collo sguardo ad Hackert, susurrandogli all’orecchio la domanda: «Se non fossero propriamente simili a quelli che si vedono a Portici?» Hackert mi fece cenno di tacere, essendo possibilissimo che dagli scavi di Pompei, siano passati nella casa di Hamilton; ed è precisamente a motivo di questa, e di altre fortunate eventualità, che il cavaliere non lascia vedere suoi tesori segreti ad altre persone, che a quelle nelle quali ripone illimitata fiducia. […]

Come ricorda Mazzocca, la produzione di questo periodo napoletano è caratterizzata da una serie di gouaches, forse le sue opere più belle, che rappresentano gli interni e gli esterni, soprattutto il famoso giardino inglese, della reggia casertana. Seguono vedute di Capri, episodi di caccia e la commissione più importante, la serie dei porti del regno, ripresi dal vero nei suoi viaggi lungo le coste dell’Italia meridionale dalla Puglia alla Calabria, alla Sicilia, dove fu uno dei primi ad avventurarsi, data la pericolosità del viaggio. Nel 1790 la sua presenza è documentata in Calabria e Sicilia, nel 1795 in Basilicata. La fuga a Firenze, che risale al 20 marzo del 1799 insieme al fratello Georg e a un altro pittore della corte partenopea, anche lui tedesco, Johann Heinrich Wilhelm Tischbein. Il lungo viaggio per mare dura tredici giorni e finisce con l’approdo a Livorno dove si trattiene fino a maggio, facendo la spola però con Pisa. Di questo periodo sono rare le testimonianze che ci sono giunte. Nel 1800 lascia la costa toscana per spostarsi a Firenze, dove si insedia nel Casentino tra Camaldoli, Vallombrosa e La Verna. Celebri le vedute di questi luoghi, eseguite su suggerimento di Goethe, che lavorava in quella piccola corte tedesca del granduca Carlo-Augusto di Sassonia-Weimar-Eisenach. Al periodo pisano-fiorentino risalgono anche numerose incisioni relative agli alberi, meticolosamente rappresentati in tutti i loro dettagli: radici, tronco, rami. Nei nostri due quadri, infatti, non solo l’erba del prato è descritta in dettaglio, quasi filo per filo, ma gli alberi stessi hanno un grande rilievo monumentale. Il più grande paesaggista del secolo muore a Firenze nella sua amata casa di San Pietro in Careggi – acquistata nel 1803 – nel 1807 a causa di un ictus che lo aveva già colpito una prima volta nel 1806, paralizzandogli tutta la parte sinistra del corpo. Le sue opere sono conservate soprattutto ancora in loco, nella reggia di Caserta, e in tutti i principali musei italiani e del mondo, come nelle più esclusive collezioni private. 

Bibliografia di riferimento:

- I porti del Re: Jacob Philipp Hackert: dalla Reggia di Caserta al Castello di Gallipoli, catalogo della mostra (Gallipoli, Castello, 21 giugno – 5 novembre 2017) Gallipoli 2017.

- J. Ph. Hackert, Briefe (1761-1806), a cura di C. Nordhoff, Gottinga 2012.

- A. Beyerm L. Burkart, Jacob Philipp Hackert und die Imagination Europa sum 1800, Gottinga 2008.

- Jacob Philipp Hackert. La linea analitica della pittura di paesaggio in Europa, catalogo della mostra (Caserta, Palazzo Reale, 14 dicembre 2007 – 13 aprile 2008), a cura di C. De Seta, Napoli 2007.

- C. Nordhoff, Jakob Philipp Hackert 1737-1807, Reimer 1994.


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