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Antichità Giglio

Luigi e Angiolo Falcini, Scrivania meccanica

COD. 1420
Luigi e Angiolo Falcini, Scrivania meccanica

impiallacciata e intarsiata in legni diversi

Luigi e Angiolo Falcini 

(Campi, 1794 – Firenze, 1861) e (Campi, 1801 – Firenze, 1850)

Scrivania meccanica, 1835 - 1855

impiallacciata in ebano e intarsiata con legni di vari colori, avorio e madreperla, cm 86,5x98,5

Corredata dalla scheda attributiva del professor Enrico Colle riportata di seguito


La scrivania, concepita come un tavolo da centro di forma rotonda sorretto da quattro gambe raccordate tra loro in basso da traverse che formano una pedana, presenta tutte le superfici lignee impiallacciate di ebano e ricoperte con intarsi floreali realizzati in legni di vari colori. Sul piano, tale decorazione a carattere naturalistico segue l’andamento circolare e si arricchisce di girali di foglie d’acanto, uccelli, piccole ghirlande e di quattro tondi con inserite altrettante figure di cavalieri alternati a dame in abiti rinascimentali. Lo stemma Panciatichi unito a quello dei Ximenes d’Aragona posto al centro del piano completa tutta la decorazione, il cui gusto neobarocco si stempera nel rigore compositivo tipico del Neoclassicismo. Sotto il piano trovano posto alcuni cassetti, piccoli vani e un ripiano estraibile ricoperto di marocchino destinato a scrittoio, munito di un piccolo leggio e tre cassettini.

Come documenta lo stemma inserito al centro del piano, il tavolino – scrittoio fu eseguito su commissione del marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, nato a Firenze nel 1813 dal matrimonio tra Margherita Rosselmini e Leopoldo Panciatichi (1766-1818), quest’ultimo appartenente ad una delle famiglie più ricche del Granducato di Toscana, il quale nel 1816 ottenne per via ereditaria il cognome, i titoli e il vasto patrimonio dei Ximenes d’Aragona. Amante dell'arte e collezionista il marchese fu, a partire dagli anni Quaranta dell’Ottocento, una figura di spicco all’interno del cosmopolita ambiente fiorentino interessandosi di architettura, ingegneria, botanica e fotografia. Intellettuale poliedrico, Ferdinando Panciatichi fu anche un abile imprenditore e uomo politico che aiutò con cospicue donazioni le più importanti istituzioni culturali cittadine. La sua collezione constava di oltre 500 dipinti disposti, insieme ai tanti arredi, oggetti d’arte e armi antiche, in alcune sale del palazzo di Borgo Pinti allestite come un vero e proprio museo dove trovava posto anche una grande biblioteca poi ceduta, nel 1859, al granduca Leopoldo II e oggi conservata presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. Con l’unione delle due casate, dei Panciatichi e degli Ximenes, Ferdinando ereditò numerose residenze tra le quali il palazzo Panciatichi, oggi proprietà della Regione Toscana, quello Ximenes d’Aragona in Borgo Pinti (ancora oggi abitato dai suoi discendenti), dove aveva disposto la sua Galleria, e il castello di Sammezzano che restaurò trasformandolo in un’enorme villa di gusto orientaleggiante. Proprio in questa vasta tenuta il marchese si ritirò negli ultimi anni della sua vita fino alla morte avvenuta il 18 ottobre 1897, lasciando erede delle sue immense fortune la figlia Marianna che, a sua volta, passò le proprietà paterne ai figli Ferdinando, Alessandro e Marianna di San Giorgio, non prima di aver venduto all’asta, nel 1892, tutta la collezione per dividerne il ricavato fra i suoi eredi (E. Santacroce, Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona e il suo archivio tra pubblico e privato,  in Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona Sammezzano e il Sogno d’Oriente 1813 – 2013, a cura di E. Masiello, E. Santacroce , Livorno 2014, pp. 45 - 63). La scrivania meccanica in origine arredava probabilmente una delle sale dei due palazzi cittadini abitati da Ferdinando Panciatichi e doveva essere stata utilizzata dal suo illustre proprietario che, al pari dei più facoltosi aristocratici e collezionisti fiorentini, si era rivolto all’allora famoso laboratorio di mobilia intarsiata aperto nel capoluogo toscano, a partire dal 1834 circa, dai fratelli Luigi (Campi, 7 gennaio 1794 – Firenze, 14 giugno 1861) e Angiolo (Campi, 1 luglio 1801 – Firenze, 27 settembre 1850) Falcini, entrambi figli di un legnaiolo che aveva la sua bottega a Campi nei pressi di Firenze (S. Chiarugi, Botteghe di Mobilieri in Toscana 1780 – 1900, Firenze, 1994, pp. 463 - 468).  Risale a qualche anno dopo, e più precisamente al 1836, la prima notizia circa l’attività dei due fratelli: a quella data, infatti, il solo Luigi espose all’Accademia di Belle Arti di Firenze un tavolino di ebano “con ornati d’intarsio a chiaro scuro” che fu premiato con una medaglia meritandosi così l’interesse del granduca Leopoldo II, che poi lo acquistò per i suoi appartamenti nella reggia di Pitti; seguito, nel 1839, da un altro esemplare con piano rettangolare, questa volta intarsiato con legni di vari colori, avorio e madreperla (E. Colle, I mobili di Palazzo Pitti. Il secondo periodo lorenese 1800 – 1846. Il Granducato di Toscana, Firenze, 2000, p. 61). A partire dunque dalla fine degli anni Trenta del secolo gli intarsi utilizzati dai Falcini per decorare i loro mobili passarono dal più sobrio utilizzo dell’ebano e dell’avorio ad un genere di tarsia floreale derivata dai celebri prototipi seicenteschi eseguiti da Leonardo Van der Vinne per i Medici e allora esposti nella Galleria dell’Accademia. Inoltre essi misero a punto una sofisticata tecnica per la tintura e l’ombreggiatura dei legni in grado di assecondare le gremite composizioni di fiori e foglie che d’ora in avanti saranno la sigla stilistica del loro laboratorio elogiato anche dal presidente dell’Accademia di Belle Arti Antonio Ramirez de Montalvo. Si trattava per lo più di piani per tavoli, cassettoni, poltrone le cui superfici, come nel caso del nostro scrittoio, venivano quasi completamente rivestite con pannelli intarsiati con composizioni che, pur riprendendo le elaborate creazioni seicentesche, sottostavano ai canoni compositivi tipici del Neoclassicismo, la cui tradizione si era imposta anche durante la prima metà dell’Ottocento attraverso l’insegnamento degli ornatisti attivi nelle Accademie (E. Colle, Il mobile dell’Ottocento in Italia. Arredi e decorazioni d’interni dal 1815 al 1900, Milano 2007, pp. 190 – 193, n. 43). La scrivania meccanica qui esaminata presenta infatti un tipo di decorazione dove le composizioni floreali sono state disposte in perfetta simmetria tra le volute di foglie d’acanto, i piccoli tondi con le figurine, gli uccelli rapaci e i pappagalli, il cui piumaggio ricorda quello degli esemplari intarsiati da Van der Vinne sui piani dei tavoli oggi al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti. In effetti, come riporta Giuseppe Del Noce (Del risorgimento e dei rapidi progressi della lignotarsia in Firenze […], Firenze 1863, p. 85), i lavori d’intarsio dei Falcini si differenziavano da quelli di altre botteghe contemporanee per via della ricchezza di piante e fiori ripresa con minuzia dalle vaste famiglie della flora esotica e locale (come si può vedere nella ghirlanda intarsiata al centro delle traverse della scrivania appartenuta al marchese Panciatichi) adattate  alle superfici degli arredi secondo i “migliori modelli di ornativa di greco e romano stile”,  senza peraltro trascurare lo studio delle decorazioni in stile raffaellesco.  Un tipo di ornato che si riscontra anche sul piano di un tavolo recentemente battuto all’Asta Wannenes (Genova 22-23 settembre 2015, lotto n. 1025) che condivide con il nostro mobile l’inserimento, nella pur ricca composizione ornamentale, della figura umana e l’equilibrata distribuzione dei girali di foglie d’acanto; mentre la disposizione in circolo delle decorazioni floreali risulta simile alla descrizione di due “tavole”, esposte a Firenze nel 1854, “composte di tre scompartimenti circolari concentrici, dei quali il primo era decorato da un ricco fregio di fogliami frammisti di animali, ottimamente effigiati per giustezza e gradazione di chiaroscuro”, mentre il secondo presentava una “ghirlanda tessuta di svariati fiori” e il terzo era “occupato tutto da varia congerie di fiori con naturalezza aggruppati” (V. Manteri, Rapporto sui lavori di litotarsia, di xilotarsia, d’intaglio […], Firenze 1854, p. 377). Rispetto alla maggior parte degli arredi usciti dal Laboratorio Falcini fino ad oggi a noi noti, il mobile qui esaminato presenta un sofisticato meccanismo di apertura che lo trasforma da tavolino da centro a scrittoio, che denota un’approfondita conoscenza da parte dei Falcini dei modelli eseguiti presso le maggiori botteghe d’ebanisteria fiorentine come quella settecentesca dello Spighi, o quella, più recente, di Giovanni Socci, quest’ultimo autore di una celebre scrivania da viaggio che aprendosi, grazie ad elaborati congegni, presentava una sedia estraibile, un contropiano per scrivere, un leggio e vari segreti (E. Colle, I mobili di Palazzo Pitti […], op. cit., p. 102, n. 27). Premiati alle varie esposizioni nazionali ed internazionali, i lavori di Luigi ed Angiolo Falcini riscossero un grande successo di pubblico e, dopo i citati acquisti da parte del sovrano lorenese, molti furono i personaggi illustri che si rivolsero al fiorente opificio per acquistare le loro opere. Tra questi le fonti dell’epoca ricordano la duchessa di Casigliano, la contessa Borghesi Del Taja, Lord Holweston, il principe Anatolio Demidoff e l’eclettico collezionista anglofiorentino Frederick Stibbert. E’ dunque possibile che Ferdinando Panciatichi, sull’onda della fama destata dagli arredi intarsiati dei fratelli Falcini presso collezionisti del calibro dei Demidoff o dello Stibbert, abbia voluto possedere anche lui un arredo esclusivo da aggiungere alle sue già cospicue collezioni, dove trovavano posto anche mobili intarsiati puntualmente elencati nel catalogo della vendita all’asta dell’aprile 1902 (Galerie et Musée Panciatichi Ximenes d’Aragona, Entreprise de ventes a Florence Galardelli e Mazzoni, Firenze 1902).

Bibliografia:

  1. Agnellini, F Simonetti, Mobili italiani dell’Ottocento, Milano 1991, p. 87;
  2. Chiarugi, Botteghe di Mobilieri in Toscana 1780 – 1900, Firenze, 1994, p. 197, fig. 250.

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