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Antichità Giglio

Tavolo parietale, Pietro Piffetti, Torino, secondo quarto del XVIII secolo

COD. 1157
Tavolo parietale, Pietro Piffetti, Torino, secondo quarto del XVIII secolo

Impiallacciato in legni rari con intarsi in avorio

Interamente decorato da intarsi eburnei e da essenze lignee diverse. Presenta un piano sagomato con profilo filettato che segue il perimetro attorno ad un’alta fascia decorata da ampi girali fioriti e fogliati a centrare un cartiglio con una scena figurata che rappresenta “Re Salomone e la regina di Saba”. La cintura contiene un cassetto ed è ornata da tralci fioriti contrapposti. Gli spigoli della cintura sono ornati da teste muliebri intagliate e dorate a rappresentare probabilmente le quattro stagioni. Gambe a doppia curva terminanti in piedi caprini dorati e raccordate da un piano polilobato intarsiato a fasce intersecanti e un decoro fogliato in avorio. Piedi sferici.   

Dimensioni: cm 87x135x69

Provenienza:

Torino, antiquario Accorsi (al 1963)

Torino, Collezione privata

 

Bibliografia:

V. Viale, Mostra del Barocco Piemontese, vol. III, cat. 28, tav. 37, Torino 1963; E. Baccheschi, Mobili piemontesi del Sei e Settecento, Milano 1963, pag. 63; G. Ferraris, a.c. A. González-Palacios, Pietro Piffetti e gli ebanisti a Torino 1670-1838, Torino 1992, pagg. 126 e 127, tav. 50.


Il mobile di splendida qualità esecutiva rappresenta senz’altro uno dei raffinati esempi del noto ebanista piemontese. Per quanto riguarda la datazione è possibile fare riferimento, per la ricca decorazione eburnea e la sua composizione, alla scrivania a ribalta destinata al gabinetto attiguo al Pregadio della Regina a Palazzo Reale di Torino o alla scrivania sempre conservata nel Pregadio della Regina, entrambi i mobili databili agli anni ’30 del Settecento. Le teste muliebri, agli angoli della cintura, sono presenti negli splendidi lavori della libreria oggi nel Palazzo del Quirinale che si data tra il 1734 e il 1755. Sempre databili al secondo quarto del secolo vi sono arredi nei quali è presente l’utilizzo di incisioni pittoriche in avorio come elemento centrale dei piani o dei fronti attorniati da ornamenti a fiori, volute e rocailles. Si veda ad esempio, oltre al presente tavolo, una coppia di cassettoni ora nel Palazzo del Quirinale per i quali Piffetti utilizzò per il piano e il fronte incisioni di Jan Van Ossenbeek e Nicolaes Berchem. Il cartiglio centrale di questo tavolo è ripreso dall’affresco raffigurante “L’incontro tra re Salomone e la regina di Saba” opera di Raffaello, parte del ciclo delle Logge Vaticane di Raffaello.

 

Pietro Piffetti

(Torino, 1700 – 1777)

Pietro Piffetti è certamente uno dei più grandi e noti ebanisti italiani del Settecento. L’utilizzo di materiali esotici come l’avorio, la madreperla, la tartaruga applicati alle forme morbide del rococò, sono la cifra decorativa del suo genio. In merito alla sua formazione si hanno poche notizie se non che il nonno fu a sua volta ebanista, citato come “maestro di bosco” in un foglio di pagamento del 1691. E’ datato al 10 ottobre 1722 il matrimonio con Lucia Margherita Burzio ed è documentato un suo viaggio a Roma nel 1731 presso il fratello Francesco grazie al carteggio tra il Conte Gros e il Marchese d’Ormea, primo ministro del Regno col quale Piffetti entrò in contatto. Sempre nel 1731 ricevette una patente regia che gli conferì un certo primato sugli altri ebanisti: “1731 Luglio 13. Il Re di Sardegna Consiglio della nostra casa – Le Prove che ci ha datte Pietro Piffetti della sua Particolare abilità nella Sua Professione d’Ebanista ci hanno invitati ad ammetterlo al nostro Servizio con destinarlo ebanista nostro Ingiongendogli l’obblico di metter e messi mantenere in buono stato e decente tutti li nostri mobili esistenti e che saranno tanto in questa città che ne luoghi di Piacere […]” Proprio i lavori per la corte reale di Torino permisero a Piffetti una stretta collaborazione con architetti del calibro di Filippo Juvarra o Benedetto Alfieri. Palazzo Madama e la Palazzina di Stupinigi furono gli ambienti per i quali Piffetti ebbe modo di esibire nei modi più mirabili la sua maestria, eseguendo mobili e arredi per il re Carlo Emanuele III e per Vittorio Amedeo III oltre agli altri membri della famiglia reale. I documenti che riguardano la sua vita sono per lo più documenti di forniture e di pagamenti. Si hanno poi diverse redazioni del suo testamento sino all’ultimo del maggio 1777 dove lascia un legato ai vari nipoti e anche al fratello Paolo che anni prima aveva attentato alla sua vita. Muore pochi giorni dopo il testamento. La lista dei mobili con descrizioni precise risale a due anni più tardi e la recente scoperta di questo preziosissimo documento si deve a Giancarlo Ferraris, col grande merito di aver fatto luce sul corpus di arredi di questo stupefacente artista.

 


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