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Antichità Giglio

Vincenzo Castellini e Giuseppe Spagna, La Vergine orante, Roma, Studio del Mosaico Vaticano, [..]

COD. 1169
Vincenzo Castellini e Giuseppe Spagna, La Vergine orante, Roma, Studio del Mosaico Vaticano, [..]

mosaico, cm 51x45, firmato al retro.

Vincenzo Castellini

(Roma, 1742 - 1811)

La Vergine orante

mosaico, cm 51x45, firmato al retro.

Giuseppe Spagna

(1765 - 1839)

cornice in bronzo dorato, cm 78,5x58

 

Roma, Studio del Mosaico Vaticano, 1779

 

Corredato da scheda attributiva del Professor Alvar González-Palacios qui di seguito riportata

Vincenzo Castellini

La Vergine orante

Il mosaico ovale a piccole tessere eseguito con estrema diligenza, è contenuto in un castone di rame con la firma incisa sul retro di VINCENTIUS CASTELLINI. ROM. FECIT, il tutto a sua volta racchiuso in una ricca cornice in bronzo dorato. Questa è composta di diversi ordini di motivi fitomorfi arricchiti da due altri con perlinature. In alto lo stemma di Pio VI (Braschi 1775 – 1799) è fiancheggiato da due piccole sirene alate e sostenuto da cornucopie. Quattro putti, graziosamente gesticolanti, si dispongono ad ambo i lati dello stemma del Papa. (1)

Roma, Studio del Mosaico Vaticano, 1779

 

La data 1779 che qui ho apposto con certezza si deve al mio recente ritrovamento di una carta che documenta il completamento del mosaico con la Vergine orante da parte di Vincenzo Castellini. Nell’Archivio Segreto Vaticano, nel fondo che raccoglie i pagamenti papali, si trova quanto segue: “La testa della Madonna in ovato eseguita dal Sig. Vincenzo Castellini è del tutto ultimata e però quando piaccia a S. Ecc.za Monsig. Manciforte Maggiordomo dei Sacri Palazzi Apostolici li potrà pagare li scudi trecentoventi convenuti essendo stata detta opera riconosciuta ed approvata dal Direttore dei Musaici Gio. Batta Ponfreni 15. 9mbre 1779”. (2)

L’autore del presente mosaico, Vincenzo Castellini, nacque a Roma attorno al 1742 e fu attivo presso lo Studio de Mosaico Vaticano, dove risulta già presente nel 1762 quando aveva vent’anni; alcune sue opere per la Basilica di San Pietro esistevano nel 1765. Altri suoi lavori furono eseguiti a partire dal 1770 insieme ad Alessandro e Filippo Cocchi. Intervenne poi, per volere di Pio VI, insieme al fratello Antonio e ad altri mosaicisti, alla serie di eleganti paliotti per San Pietro, composti con girali e ornamenti all’antica, ancora oggi in sito. Più tardi sono documentati alcuni suoi quadri in mosaico per la Santa Casa di Loreto e, in tempi napoleonici, L’Incredulità di San Tommaso da disegni di Vincenzo Camuccini nel 1806. Sia suo fratello Antonio che il figlio Raffaele furono i suoi colleghi. Morì nel 1811. (3)

Il dipinto da cui è tratto il mosaico del Castellini è un’opera nota di Guido Reni, il famoso pittore bolognese particolarmente amato nel Settecento, di cui esistono più versioni. Nella monografia di D. S. Pepper sul Reni si riproduce quel che era allora considerato l’originale in una collezione privata romana che il Pepper riteneva databile al 1639-1640. (4) Anni più tardi, in un’asta del 2010, venne presentata un’altra versione della stessa Vergine, che cinque noti esperti riconobbero come l’originale databile attorno al 1635. (5)

Lungo il secolo XVIII era d’uso alla corte papale far approntare doni per principi, reali e persone di rango che transitavano nell’Urbe. Questi doni erano perlopiù prodotti dell’Arazzeria di San Michele (incorniciati solitamente in legno intagliato e dorato) o quadri approntati nello Studio del Mosaico Vaticano. Questi ultimi erano incorniciati in bronzo dorato o, come si diceva allora, “in metallo” visto che alcune parti di quegli ornamenti potevano essere in rame o ottone; talvolta erano presenti anche rifiniture in argento. I soggetti dei mosaici erano scorci di Roma, sia monumenti sia paesaggi, ma spesso avevano carattere devozionale e talvolta profano, con immagini tratte da dipinti famosi di Guido Reni, Carlo Maratti, Guercino.

Non sappiamo sempre i nomi dei maestri che si occupavano delle preziose cornici poste attorno a questi lavori musivi, cornici che implicavano una grande attenzione alla preziosità del lavoro, ovvia soprattutto nella cimasa dove campeggiava lo stemma papale circondato da figure allegoriche. La famiglia Spagna fu a lungo attiva a Roma nel campo dell’oreficeria e della fusione e agli inizi dell’Ottocento gestì e poi acquistò la celebre bottega dei Valadier. Come ho potuto dimostrare in un lungo saggio, agli Spagna si devono le cornici di cui stiamo parlando, soprattutto all’epoca di Pio VI, uno dei più felici momenti dell’arte a Roma. Paolo Spagna (1736-1788) ebbe la patente di argentiere nel 1772 e dal 1775 almeno approntò ornamenti per quadri in mosaico. Alla sua morte il figlio Giuseppe (1765-1839, patente nel 1791) continuò l’opera eseguendo altre cornici del genere. Dai documenti rintracciati ho potuto dimostrare che gli Spagna, padre e figlio, erano anche ideatori dei disegni ed esecutori dei modelli in cera. Diversi fogli da me pubblicati sono collegabili alle cornici realizzate per alcuni sovrani e principi europei, come Gustavo III di Svezia, l’Arciduca Massimiliano d’Asburgo, il Principe d’Assia Kassel. Uno di quei fogli illustra il dettaglio della cimasa con lo stemma di Pio VI e ai lati due putti in posizione estremamente simili a quelle delle analoghe figure sulla nostra cornice. È ovvio che quei pensieri grafici venivano poi rielaborati e adattati nei singoli casi. (6)

Non abbiamo un documento definitivo sulla cornice ovale qui studiata che dovrà datare a dopo il 1779. Vorrei qui però segnalare una nota di spese della Floreria Vaticana del 30 aprile 1791 in cui si ricorda un mandato a favore di Giuseppe Spagna per due cornici in bronzo destinate a racchiudere due mosaici. Diciamo subito che seppur non si parli dell’opera qui in esame la descrizione di una di quelle due cornici sembra corrispondere con una certa esattezza a quella che qui esaminiamo. Essa infatti è detta con “l’arma di N[ostro] S[ignore] ornata da due sirene e quattro putti scherzati con gigli e stelle in mano” dorata a quattro colori. L’ordine di pagamento venne approvato dall’architetto Giuseppe Camporese e dal Maggiordomo papale Filippo Lancellotti. (7)

 

(1) In termini araldici lo stemma di Pio VI è così descritto: “Di rosso al giglio di giardino, movente da un terreno di verde curvato dal soffio di un aquilone d’argento, movente dal canton destro del capo; capo dello scudo d’argento caricato di tre stelle d’oro”.

(2) Archivio Segreto Vaticano, Computisteria, 365, c. 209.

(3) Per notizie su Vincenzo Castellini: Dizionario Biografico degli italiani, ad vocem, a cura di M. G. Branchetti. Altre notizie in: Gerspach, La mosaïque, Parigi s.d., passim; Domenico Petochi, I mosaici minuti romani, con M. Alfieri, M. G. Branchetti, G. Cornini, Gallerie Pontificie, Roma, 1986.

(4) D. S. Pepper, Guido Reni. A complete catalogue of his works with an introductory text, Oxford, Phaidon 1984, fig. 226, pag. 288 e cat. 193.

(5) Sotheby’s, Milano, 8 giugno 2010. Gli esperti erano Andrea Emiliani, Erich Schleier, Denis Mahon, Mina Gregori e Nicholas Turner.

(6) A. González- Palacios, Arredi e ornamenti alla corte di Roma 1560-1795, “Cornici per Pio VI (e notizie sui mosaicisti)”, Milano, Electa 2004, pagg. 226-241.

(7) Archivio Segreto Vaticano, Computisteria, 425, c. 114.


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