
I riferimenti all’ebanisteria romana sono evidenti ed enucleano una tipologia di mobili intarsiati in legni diversi con un decoro che definiremmo a losanghe. Per essere più precisi, seguendo la recente pubblicazione Il mobile a Roma, il Settecento, Alvar González-Palacios cita dall’inventario di palazzo Pallavicini Rospigliosi del 1784 “due commò di fico d’India fatti a gratella …” una decorazione che risulta tipica dell’ebanisteria romana del terzo quarto del XVIII secolo. Molto simile alla decorazione del mobile qui presentato è quella di un piccolo nucleo di cassettoni: una coppia di provenienza Braschi, Zola Predosa, uno già collezione Campilli, un cassettone intarsiato in bois de rose passato in asta da Christie’s New York e un ultimo in collezione Terruzzi. Il nucleo, che l’autore attribuisce alla stessa bottega, crea un forte richiamo alla tarsia precisa e raffinata del nostro nell’alternanza di essenze lignee tra cornici e aree geometriche. Il mobile presentato ha, tuttavia, una forma più severa ma tipica dell’ebanisteria romana con gli aggetti cilindrici ai lati del fronte. Nonostante, quindi, la forma sia più lineare e le mosse siano lievi sul fronte e sui fianchi, il grembiale a fitti lambrequins e il piano lastronato in marmo rosso Levanto fanno supporre una bottega raffinata e a contatto con ebanisti di grande prestigio. Si ricordi che la tipologia ad intarsi geometrici a losanghe fu utilizzato anche dall’ebanista Andrea Mimmi, collaboratore di Luigi Valadier in alcuni lavori per Palazzo Chigi.
Per confronto si veda: Alvar González-Palacios, Il mobile a Roma, il Settecento, Roma, 2024; p. 214; p. 229; pp. 243-250; p. 267.